la nobile arte d’imitare gli amici
colonna sonora per città deserta

seriously, i’m not sorry

by zezlj danijel
vesuvianal
Salire in circumvesuviana con una camicia azzurrina ti conferisce un’ aura di autorità che spesso invidio. Può durare anche pochi secondi, ma essere scambiato, per qualche istante, per il famigerato controllore è un brivido che mi piacerebbe provare. Il fatto che l’essere presi, per meno di un minuto, per un controllore mi dia dei brividi di piacere dice molto sulla mia persona e sulla scala gerarchica dei miei piaceri.
C’è un’ altra cosa sulla circumvesuviana che non ho mai detto: MI FA CAGARE ADDOSSO.
E non ci voglio credere che sono l’unico. Solo a me sembra che va troppo veloce, che sbalzi troppo e che faccia strani rumori? Solo a me sembra che stia sempre lì lì per deragliare? Ma come è possibile? Naturalmente nascondo questi miei timori imponendo al mio viso l’espressione più rilassata possibile, ma dentro sono una piccola ragazzina impaurita e urlante. Per negare a me stesso la possibile evenienza che io stia per morire tra Casalanuovo e Salice, attorniato da una 50ina di cafoni, cerco conforto nelle espressioni altrui, che dovrebbero fungere da allarme in caso di pericolo. Dai bambini alle vecchiette sono tutti sempre rilassati o indifferenti, ma mi viene da pensare che tutti usino il mio trucchetto e che in realtà siano anche loro sicuri che la morte è lì dietro l’angolo. Tutti a fare espressioni normali per autoconvicersi. e involontariamente convincendo tutti gli altri passeggeri, che non ci sia nulla di strano. Lo si dovrebbe fare anche su gli aerei che precipitano. Basterebbe che una sola persona fingesse serenità e tac, per osmosi, pian piano tutti inizierebbero a star tranquilli e ad avere un viso beato stampato sulla faccia, tutti morti, seduti in ordine nei loro posti con il giornale ancora aperto tra le braccia.
Purtroppo nessuno finge, sono davvero tutti rilassati ed io sono l’unico che si caga addosso.
what we do is secret

by farel dalrymple
biff tannen
Sinceramente non capisco le recenti paranoie sulla questione del bullismo. E’ sempre esistito e per sempre esisterà, e aggiungerei “per fortuna”. E’ inutile aggrapparsi alle solite cazzate: “sono insicuri”/”hanno problemi”. NO. Solitamente sono solo dei ragazzoni grossi, molto più in gamba di te o di me, che, per fortuna, occupano il loro tempo dandoti due sberle. Altre volte sono seplicemente persone deliberatamente cattive, ma comunque dotate di una psiche molto più equilibrata dei bambini che perseguitano. Perché negare il ruolo formativo del bullo? Se la tua mamma repressa ti compra il maglioncino con sopra ricamato l’allegro orsetto ed hai il coraggio di portare quelle scarpine con i buchetti davanti (avete capito quali no? Hanno un nome?), non meriti altro che un ragazzo con le scarpe di Jurassic Park (almeno ai miei tempi) ti umilii. Ti farà bene, e non avendo le facoltà per diventare un nemico di Spider Man, sicuramente, l’essere vessato ti renderà un persona migliore. Vi rendete conto cosa vorrebbe dire avere l’evve moscia, portare le scarpe sopraccitate, indossare maglioncini in cui un pony fa zig zag su un arcobaleno ed essere i teacher’s pet, senza che qualcuno te la faccia pagare prendendoti a calci nel culo? Potreste venire su malissimo, tipo Mario Giordano o Tremonti. Pensate, se Tremonti, nella fase 6-13 anni, fosse stato picchiato selvaggiamente, almeno una volta a settimana, in questo momento, probabilmente, starebbe conquistando l’Iran, da solo e a mani nude. Invece purtroppo ha avuto un’infanzia tranquilla, felice e priva di traumi. Godetevi i risulati. Mondo di merda.
insprd by Braid, db n dvd clmr

Gran Torino
con ali di piume e colla
le erezioni sono l’epifania della nostra adolescenza
Sono diversi i fattori che mi spingono a scrivere questo post. Sto ascoltando un disco dei Thermals, che è ottimo come sottofondo per codeste cose. E’ tanto che non scrivo e l’idea di abbandonare ennesimo blog mi riempie di fastidio . Desidero raccontare un aneddoto che, ahimè, molto poco renderà in forma scritta. Devo parlare delle tette e del loro impatto sulla mia vita. Avrete capito quanto la mia vita sia pregna di eventi.
Maggio 1999 – Non identificato paese siciliano
Il velo della tristezza si posa sulla mia testa troppe volte. Penso a quanto la mia vita sembra aver avuto il suo apice alle scuole medie, ero un giovinetto pieno di vita ed amici, mi accadevano un sacco di cose simpatiche degne di un film pomeridiano per ragazzi su canale 5, non avevo ancora conosciuto il fascino della misantropia o i fan degli Ska-p, e sopratutto le tette non avevano ancora la vitale importanza che hanno oggi per me. In quella gita di terza media in Sicilia successero due cose che potrebbero fungere da spartiacque tra l’Adriano felice e spigliato di un tempo e quello che parla di se in terza persona su di un blog. Tette ed umiliazione pubblica nello stesso giorno.
Capitolo primo – Le Mammelle di D’Onofrio M.
D’Onofrio M. frequentava la mia scuola media (poi sarebbe divenuta mia compagna di classe al ginassio), ed aveva il dono della tetta grossa. Alle medie non erano in tante con questo dono. D’Onofrio. M aveva almeno un terza abbondante/quarta che è l’equivalente di possedere dieci testate atomiche ed essere uno scienziato pazzo allo stesso tempo, hai il mondo in pugno.
Eravamo in gita di terza media. Alloggiavamo in un villaggio vacanze. C’era una piscina. L’evento per tutti era quello di aspettare D’Onofrio M. in costume da bagno e le sue bianchissime mammelle costrette in pochi cm di stoffa.
Ora, le tette avevano sicuramente già una discreta importanza per il me 13enne dell’epoca, ma nella mia scala valori venivano sicuramente dopo, che so, Dragon Ball o le partite di calcetto. Le femmine alla fine, davvero, non contavano un cazzo. D’Onofrio M., purtroppo, cambiò la storia.
Arrivai in piscina e con mia somma disdetta D’Onofrio M. era già immersa con l’acqua sino al collo. Mi sorpresi a vedere che ci fossero pochi maschi. “Flavio dove son tutti?” la sua risposta sintetizza e profetizza il nostro futuro “Stanno facendo il torneo di calcetto, ma io sono qui per vedere le tette di D’Onofrio M.”. Un compagno d’avventura! Avevamo tradito i nostri compagni di classe (ricordo fummo eliminati subito dal torneo) per una donna. Era forse questa l’adolescenza? Rinunciare ad una partita di calcio per un paio di tette? Pare di si.
Me e Flavio, mi piace ricordarci come due pionieri.
Sono appostato da un bel pò, i miei polpastrelli sembrano delle prugne. Ma alla fine succede quello che doveva succedere. D’Onofrio M. decide di sedersi sulle spalle di un’amica e fuoriesce dalle acque come Excalibur dal lago.
Sono stupende. Enormi e bianche. Rotondità perfette. In quel momento la mia vita assume colori e sapori del tutto diversi, il bagagliaio delle mie conoscenze si svuota per riempirsi di esperienze tutte nuove ma indecifrabili, la forma e la sostanza si arricchiscono di significati sconosciuti sino quel momento, tutto sarà diverso. Tutto.
Il mondo intero è un enorme tetta e la calotta polare il suo turgido capezzolo. La mia solitamente timida ed inesperta erezione è per la prima volta sicura di sé, se il mio pene avesse le braccia, quel giorno le avrebbe posate sui fianchi in posa super-eroistica.
D’Onofrio M sobbalza, le sue tette descrivono cerchi nell’aria che sono allo stesso tempo le poesie di Robert Burns e la nona di Beethoven, tutto ciò che c’è di buono al mondo è lì e lo voglio, lo merito, lo pretendo.
Quel giorno è la mia Hiroshima-Nagasaki, è il mio 11 Settembre.
Proprio dalle parti della piscina di questo villaggio vacanze c’era una specie di casetta. A quanto pare veniva affittata da delle persone per cose abbastanza strambe. Mi pare di ricordare cose da sfigati new age, con fiori, yoga e cazzate simili. Ma naturalmente col passa parola si iniziò a narrare di ossa umane e Satana danzante sui cadaveri dei bimbi. Le ragazze, e i più timorosi tra i ragazzi, avevano paura ad accostarsi alla casupola, noi del gruppo “cazzoni” invece andavamo lì ad infastidirli. Questo feroce gruppo satanista faceva tutto alla luce del sole, e sinceramente più di gente seduta in modo ridicolo ed un po’ d’incenso non ricordo di aver visto nulla di lontanamente interessante o vicino ad un’orgia satanica.
Fatto sta che molti dementi chiamrono a casa e terrorizzati raccontarano tutto ai genitori.
Tutta la scuola era a pranzo in un ristorante, e noi si faceva le gag da 13enni a pranzo in un ristorante. Fare un buco nel panino, svuotarlo, riempirlo di pepe e poi richiudere il buco. Buttare pepe nel piatto (o nel gelato come feci io, che colpaccio!) del primo che si distrae. Riempire di sale le bottiglie d’acqua. Insomma un tavolo di intellettuali. Mentre eravamo intenti a svuotare l’ennesimo panino, con amorevole precisione, si avvicina al nostro tavolo una Professoressa di un’altra sezione. Riporterò il dialogo più fedelmente possibile:
Prof: “Sei Adriano?”
Tutti cominciavano a guardarmi. La prof mi sbraitava contro. Tentai di accennare qualcosa, ma era un fiume in piena.
Prof: “COSA HAI DETTO AI TUOI GENITORI? SATANISTI? LO SAI CHE HANNO CHIAMATO IL PRESIDE? LO SAI CHE ORA FORSE DOBBIAMO TORNARE A CASA PER COLPA TUA”
Prof: “COME SI FA AD ESSERE COSI’ IGNORANTI DICO IO? COME SI FA? ME LO DICI? TI RENDI CONTO DI QUELLO CHE HAI FATTO? TI RENDI CONTO DI QUELLO CHE HAI FATTO, PANICO?”
